Acqua: possiede una memoria? La scienza nega, ma la ricerca prosegue

Ho scritto questo articolo con il contributo di Valeria Ballarati, cara amica nonché consulente certificata (BFRP) dalla Dr. Edward Bach Foundation: grazie Valeria, come sempre hai dimostrato con la tua umiltà e semplicità di essere in grado di entrare nel cuore di tutti. Buona lettura…

“Ni”, una via di mezzo fra il “sì” ed il “no”. Questa sarebbe la dicotomica frase che vi sentireste rispondere dalla scienza alla domanda: “l’acqua possiede una memoria?”. Eppure, come spesso accade, la stessa non ha mai deciso di archiviare il quesito e a dimostrazione di questo vi sono centinaia di scienziati in giro per il mondo impiegati nel tentativo di scovare delle evidenze. In realtà vi è una doppia divisione: chi spera nel riuscire a tenere buona l’idea della bufala e chi invece di scovare prove tangibili e ripetibili del fatto che “si, l’acqua possiede una propria memoria”.

Ma che cos’è la memoria dell’acqua?

Si definisce tale la presunta proprietà dell’acqua di mantenere un “ricordo” delle sostanze con cui è entrata in contatto, tutto qui. Niente di più “semplice”.

La miccia contro l’opposizione è stata riaccesa recentemente da un articolo pubblicato nel 2015 dalla rinomata rivista New Scientist, tradotta e ripresa anche in Italia dal settimanale Internazionale. Nella pubblicazione, l’autore Michael Brooks, ha selezionato per i propri lettori le più importanti ricerche scientifiche sulla memoria dell’acqua accostata all’omeopatia e ad altre forme di terapie non convenzionali fra cui i famosi Rimedi scoperti dal Dr. Edward Bach (che sarebbe meglio definire come “complementari”). Fra queste compare il nome della famosa farmacologa della Queen’s University di Belfast, Madeleine Ennis, la quale sfidò scienza e preconcetti con l’obiettivo di dimostrare l’efficacia farmacologica delle sostanze in diluizione omeopatica. E delle prove convincenti, lei – questa volta – riuscì a portarle a casa: “i rimedi omeopatici funzionano, ormai non vi è dubbio, ma la loro farmacocinetica e farmacodinamica, ad ogni modo, non può essere paragonata all’effetto terapeutico che si trae dalle erbe o dai farmaci chimici-sintetici.”

Il più importante ricercatore ad interessarsi di “memoria dell’acqua”, fu Jacques Benveniste. Il Dr. Benveniste, rinomato allergologo, diede il via alle proprie ricerche nel lontano 1985 e la pubblicazione dei risultati ottenuti fu messa in luce dalla più importante rivista scientifica di tutti i tempi: Nature. I granulociti basofili, cellule del sangue, furono i principali protagonisti dei suoi esperimenti. Vi spiegherò con parole molto semplici cosa accadde nei laboratori di Benveniste. Queste cellule contengono grandi dosi di Istamina e la loro superficie è letteralmente cosparsa di particolari anticorpi denominati IgE. Quando il nostro organismo entra a contatto con determinate sostanze (allergeni), questi anticorpi reagiscono liberando l’Istamina (cosa che accade, ad esempio, nelle allergie). Lo stesso fenomeno, che prende il nome di “degranulazione”, può essere riprodotto in laboratorio all’interno di una provetta. Il Dr. Benveniste riuscì a dimostrare che la degranulazione proseguiva anche quando la sostanza era talmente diluita da non essere nemmeno più materialmente rilevabile, ma alla condizione che – a ogni diluizione – il liquido fosse stato violentemente agitato e cioè sottoposto allo stesso processo con cui vengono preparati i rimedi omeopatici.

Potete solo immaginare quanta polemica fu provocata all’uscita in pubblico di un tale risultato! Tanto che alcuni “San Tommaso” della scienza, fra cui gli editori della rivista Nature, vollero a tutti costi far ripetere a Benveniste l’esperimento in loro presenza. Risultato: i suoi esperimenti non erano del tutto perfetti, ripetibili solo parzialmente. Questa fu per lo scienziato una vera e propria condanna che dovette pagare a duro prezzo: vennero interrotti i finanziamenti destinati ai suoi studi e questo l’obbligò a chiudere i battenti. Lo stesso denaro fu però destinato ad altri comitati scientifici e, guarda caso, per indagare lo stesso fenomeno. Questa volta i ricercatori lavorarono in doppio cieco per escludere un qualsiasi eventuale influenzamento, inoltre furono adottate rigide regole al fine di ottenere un risultato perfetto e ripetibile a rigor di metodo scientifico. Questa volta, i risultati, lasciarono tutti a bocca aperta. Tre fra i quattro laboratori implicati nella ricerca notarono un’inibizione statisticamente significativa dei granulociti basofili a contatto con le diluizioni omeopatiche. Uno solo ottenne risultati non statisticamente significativi. In pratica si riuscì a ripetere l’esperimento di Benveniste ottenendo i medesimi risultati. Questo fu quanto venne riportato al pubblico dalla comunità scientifica: “i risultati ottenuti ci obbligano a sospendere la nostra diffidenza, ma allo stato attuale non siamo in grado di spiegare razionalmente questi dati.”

Oltre alle ricerche “mirate”, ovvero quelle che puntano a studiare proprio il fenomeno della memoria dell’acqua, nelle banche dati scientifiche è possibile reperire pubblicazioni che, col fine di studiare altri fenomeni, hanno comunque apportato un contributo significativo al nostro quesito. È il caso della ricerca “DNA waves and water” condotta dallo scienziato Luc Montagnier e dal suo team. Nella pubblicazione viene illustrato in maniera dettagliata come le soluzioni acquose altamente diluite di sequenze di DNA di vari batteri e virus (fra cui l’HIV), siano in grado di produrre segnali elettromagnetici a bassa frequenza caratteristici del DNA in soluzione. I molti patrocinatori dell’omeopatia, a tal proposito, sostengono che la ricerca del Dr. Montagnier avrebbe aperto per l’ennesima volta nuove prospettive sull’approfondimento del tema sulla memoria dell’acqua.

Il contributo di Valeria Ballarati, consulente certificato (BFRP) dalla Dr. Edward Bach Foundation…

Tra le numerose terapie complementari che utilizzano la sostanza Acqua nelle loro preparazioni ci sono anche i Fiori di Bach, che non seguono però lo stesso processo produttivo degli omeopatici, dove sono stati erroneamente classificati dal Ministero della Salute. Nel metodo omeopatico è infatti prevista la diluizione infinitesimale e la succussione, mentre i Rimedi scoperti dal Dr. Bach vengono preparati con il Metodo del sole o della bollitura.

Il Metodo del sole consiste nel mettere acqua in una ciotola di vetro, ricoprirne la superficie con il Fiore scelto – facendolo cadere senza toccarlo – e avendo cura di raccoglierlo in una giornata di sole pieno.  Si lascia poi la ciotola esposta ai raggi solari per tre ore e passato questo tempo si filtra il liquido, si aggiunge una pari quantità di brandy (come conservante) e si ottiene così la Tintura Madre.1

Il Metodo della bollitura è stato ideato per gli ultimi 18 rimedi scoperti2 poiché il sole dell’inizio primavera non aveva la stessa forza del sole estivo. In questo caso si prende una pentola con una capacità da 3 litri, si riempie con un litro d’acqua e si aggiungono per tre quarti i ramoscelli con le infiorescenze del fiore scelto; dopo averli fatti bollire lentamente per mezz’ora si lascia raffreddare e si filtra come sopra.3

La Tintura Madre viene ulteriormente diluita per la produzione del Rimedio Stock da 10 o 20 ml che troviamo in vendita nelle farmacie; a partire dal Rimedio Stock prepareremo il nostro mix personale, utilizzando un nuovo flacone di vetro scuro da 30 ml (con pipetta contagocce o spray) e aggiungendo due gocce di ogni rimedio che ci serve (fino a sette rimedi insieme), un cucchiaino di brandy e acqua di bottiglia sino all’orlo. Questi descritti sono gli unici metodi di produzione e preparazione dei Fiori di Bach: ogni altro sistema non è l’originale.

Sebbene sia interessante osservare l’attenzione di tipo scientifico che ruota attorno al meccanismo di funzionamento dei Rimedi, noi consulenti della Fondazione Bach non ce ne occupiamo: spiegare scientificamente perché riequilibrano gli stati emozionali negativi non è nostro compito e preferiamo invece che siate voi a sperimentarli traendone conclusioni personali.

Il Dr. Bach aveva un motivo semplice nel lasciare a noi consulenti le poche regole scritte per l’utilizzo e la diffusione del Metodo da lui scoperto: attenersi e spiegarlo in maniera facile, rende possibile la comprensione a chiunque decida di farne uso, ciò a cui lui tendeva principalmente. Dall’inizio delle sue ricerche desiderò trovare un Metodo semplice di autoguarigione che le persone avrebbero potuto ricordare e utilizzare facilmente, in autonomia, di modo che anche chi non aveva nessuna nozione di patologia o corpo umano avrebbe presto familiarizzato con esso.

Non c’è bisogno di nessuna scienza, di nessuna conoscenza al di fuori dei semplici metodi qui descritti.”

(Dr. Edward Bach)

Il Dr. Bach scoprì il metodo di produzione all’alba di una mattina di maggio del 1930 durante una delle sue passeggiate nella campagna del Galles del Nord, non lontano dalla cittadina di Betws-y-coed.

Proviamo ad immaginarlo mentre con il suo bastone da passeggio cammina e osserva i campi bagnati di rugiada, luccicanti alla prima luce del sole. Forse attratto dai piccoli bagliori si addentra nell’erba per osservarli meglio: la rugiada trasparente riverbera il sole e le gocce brillano, posate sulle foglie diverse per forma, colore e dimensione, o sulle ragnatele nei cespugli, e certamente sui petali della miriade di fiori da poco schiusi. Bach pensò che ognuna di quelle gocce conteneva l’essenza della pianta su cui si era posata e, esposta ai raggi solari, rilasciava la sua vibrazione per contatto, dando origine a rimedi con proprietà incontaminate, perfette, e un potenziale potere curativo.

Il metodo di estrazione che aveva a lungo cercato era già stato ideato e realizzato dalla Natura stessa e le 4 forze più potenti in Natura (terra, aria, fuoco e acqua), erano implicate nella produzione. “La terra che è madre, l’aria di cui la pianta si nutre, il sole o il fuoco che le permette di cedere le sue proprietà e l’acqua che le raccoglie e si arricchisce dei suoi principi benefici e guaritori”, così scrisse Bach nell’articolo che illustrava il nuovo metodo di preparazione e che fu pubblicato nel 1930 dal “The Homeopathic World”.

L’elemento Acqua è certamente fondamentale nella preparazione dei rimedi e forse un giorno qualcuno riuscirà a spiegare scientificamente in che modo contribuisce, insieme agli altri elementi, alla riuscita dei Rimedi.  Sino ad allora, e anche senza saperlo, noi consulenti continueremo ad utilizzarli e a diffonderli.

Valeria Ballarati, BFRP (Anzio, RM)

Che la semplicità del Metodo non vi distolga dal provarlo, perché con il progredire delle ricerche anche voi vi renderete conto di quanto sia semplice tutto ciò che è stato creato

(Dr. Edward Bach)

© Copyright – è vietata la riproduzione dei contenuti, anche parziale, senza autorizzazione da parte degli autori.

Bibliografia di riferimento:

  1. Weeks N., Bullen V.: “The Bach Flower Remedies Illustration and preparation”; The C. W. Daniel Company Ltd: pp. 13-14
  2. Weeks N.: “La vita e le scoperte di Edward Bach”; Guna Editore: p. 119
  3. Weeks N., Bullen V.: “The Bach Flower Remedies Illustration and preparation”; The C. W. Daniel Company Ltd: p. 17

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